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La “questione giovanile” oggi

postato da s.b. [06/12/2005 20:14]

Una polveriera, pronta ad esplodere, ovunque

L’esplosione della rivolta giovanile proletaria in Francia ha posto drammaticamente sul tappeto il problema della gioventù sotto il tallone del capitalismo parassitario.

Quali sono le manifestazioni più salienti della “questione giovanile”, oggi? Omicidi in famiglia: madri che sopprimono i figli, figli che ammazzano i genitori. Lo stesso sviluppo della pedofilia (genitori che affittano i figli…). Il “bullismo” nelle scuole e nei quartieri popolari. Il dilagare delle bande giovanili nei quartieri proletari; il cronicizzarsi e l’acutizzarsi delle rivolte nei quartieri più degradati; ecc. Questi sono alcuni degli aspetti più salienti e drammatici che caratterizzano la questione giovanile ai nostri giorni.

Ma qual è la radice economico-sociale che provoca, e spiega, questi fenomeni? Essa va ricercata nel salario, o meglio nel rapporto attuale tra profitto e salario. La tendenza cronica all’abbassamento del saggio di profitto, oltre che con l’aumento della massa dei profitti, è stata contrastata in questi anni con la compressione generalizzata dei salari al di sotto del valore della forza-lavoro. Il salario, così, da “familiare” (cioè tale da consentire la riproduzione dell’operaio in quanto famiglia operaia) si è ridotto a “individuale” (col suo salario a malapena l’operaio mantiene se stesso).(1)

Grosso modo questo processo di riduzione, non solo quantitativa ma anche qualitativa, del salario è iniziato negli anni ’70, con la riorganizzazione monopolistica, e si è completato alla fine del secolo scorso. Da allora, la “riproduzione” della forza-lavoro è diventata sempre meno funzionale all’accumulazione capitalistica, la quale aveva a sua disposizione, per i suoi momenti ciclici, l’esercito industriale di riserva costituito dagli extra-comunitari, più flessibili e a buon mercato della manodopera indigena (ciò vale soprattutto per l’Italia, ma si può estendere, con le dovute correzioni, a tutti i paesi dell’occidente imperialistico).

Gli effetti della riduzione del salario da familiare a individuale si rovesciano drammaticamente sulla famiglia stessa. Prima di tutto sulla donna (moglie), che al contempo è spinta a riprendere il proprio ruolo domestico, venendo espulsa o tenuta fuori della produzione, ma col salario del “capo-famiglia” che basta solo a se stesso. Conseguenza: aumento dell’oppressione femminile, trasformazione della casa familiare in un inferno quotidiano, con liti violente, percosse e, nei casi estremi, omicidi coniugali (uno ogni due giorni).

In secondo luogo, ma simultaneamente, sui figli: i soldi per loro vengono sempre meno, le loro esigenze, crescenti e impellenti, non possono essere soddisfatte; il tempo per seguirli, educarli, ascoltarli, aiutarli, viene sempre meno. Si ritrovano a scuola, per la strada, senza soldi, senza punti di riferimento genitoriali, anzi rifuggendo da loro (sempre in lite!) e dalla stessa casa familiare (in ogni caso troppo stretta e vissuta come incubo). Solleticati da mille bisogni artificiali, non sono neppure in grado di soddisfare adeguatamente i bisogni più elementari (mangiare, vestirsi, relazionarsi). La via dell’illegalità diffusa (furti, piccole rapine, droga) è la “soluzione” che aggrava la loro condizione esistenziale, ma permette loro di campare giorno per giorno, senza presente e bruciandosi un futuro prima ancora di sperimentare l’impossibilità di averne uno. I più “fortunati”, quelli che trovano un lavoro, si ritrovano super-sfruttati per brevi lassi di tempo e subito ricacciati nella disoccupazione e nell’emarginazione. Il che li allontana ancor di più dal mondo degli adulti e dalla società in generale, che sentono lontani, ostili, invisi.

Il giovane proletario delle periferie metropolitane cova odio e rancore verso tutto e verso tutti; non elabora idee, rifiuta qualunque credo o ideologia. Sopravvive alla giornata, sfuggendo di continuo al controllo istituzionale e poliziesco, che resta sempre stretto e soffocante. Esso è una componente centrale della sovrapopolazione stagnante, cronicizzante. Lo sviluppo di questa forma di sovrappopolazione è una delle caratteristiche del capitalismo parassitario e della sua forma di accumulazione, chiamata “flessibile” (David Harvey). Secondo Marx nel I Libro del Capitale, la sovrapopolazione stagnante è costituita dagli operai attivi, che hanno però un’occupazione irregolare. Essa offre al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro sempre pronta. Le condizioni di vita di questa frazione della sovrappopolazione scendono al di sotto del livello medio della classe operaia. Proprio ciò ne fa la manodopera adatta a particolari rami di sfruttamento del capitale. ”Il volume di questa forma di sovrapopolazione cresce col crescere dell’accumulazione e partecipa all’aumento della classe operaia in proporzione maggiore degli altri elementi componenti. Per essa vale l’insulsa legge della produzione capitalistica secondo cui: non soltanto la massa delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è in proporzione inversa del livello del salario, ossia dei mezzi di sussistenza di cui dispongono le differenti categorie operaie.”

C’è da meravigliarsi che, in una tale situazione, basta una scintilla per innescare un incendio generale? -----------------------------------

(1) Marx, nel I Libro del Capitale, Sezione II, Capitolo 4 (Trasformazione del denaro in capitale), Paragrafo 3 (Compera e vendita della forza-lavoro), scrive: "Il proprietario della forza-lavoro è mortale. Dunque, se la sua presenza sul mercato dev'essere continuativa, come presuppone la trasformazione continuativa del denaro in capitale, il venditore della forza-lavoro si deve perpetuare, «come si perpetua ogni individuo vivente, con la procreazione». Le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento debbono esser continuamente reintegrate per lo meno con lo stesso numero di forze-lavoro nuove. Dunque, la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato".